Menù Principale
· Links
Benvenuto
Nome di Login:

Password:


Ricordami

[ ]
[ ]
News del 2020
LuMaMeGiVeSaDo
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031 
 
Sondaggio

Questo è un esempio di poll - Ti piace il sito?

SI

NO

Questo sondaggio è riservato agli utenti registrati

Voti: 463
Sondaggi precedenti
Feed RSS
I commenti possono essere distribuite con sistema RSS.
rss1.0
rss2.0
rdf
Seleziona Lingua


1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed

per chi fosse interessato a seguire l andamento dei repo della fed, che tanto condizionano l andamento degli indici, la pagina principale è questa :
 
qui la FED NY, che è il braccio operativo della fed sul mercato dei pronti termine, annuncia i termini delle operazioni
Inviato da Antonio Lengua il gio 09 gennaio 2020 - 16:12:01 | Leggi/Invia Commenti:16 |Stampa veloce
Commenti
1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Celeste | 09 gen : 16:32
Commenti: 9989

Utente 14 lug : 17:33
Replica a questo
L’AMERICA TRA IMPERO E LIBERO ARBITRIO
Pubblicato in: AMERICA CONTRO TUTTI - n°12 - 2019
Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali

30/12/2019
Per capire il momento della superpotenza occorre trascurare la retorica nazionalista di Trump. Gli Stati Uniti sono passati dalla fase imperialista a quella compiutamente imperiale. Sfidando il resto del mondo. E i rischi, domestici ed esterni, che tale aggressività comporta.

di Dario Fabbri
ARTICOLI, USA, DIFESA, BASI USA, USA E CANADA
1. L’America del 2019 è imperiale, inquieta, contro tutti. L’inaggirabile cogenza della condizione egemonica, unita alla fatica percepita dalla cittadinanza, l’ha resa tanto universalistica quanto aggressiva nei confronti di clientes e nemici.

Anziché regredire allo stato di nazione promesso da Trump, negli ultimi tre anni ha puntellato il proprio ruolo, cresciuto in freddezza, esposizione globale, solipsismo.

A dispetto di una vulgata che la vuole in ritirata, ha aumentato il contingente militare dispiegato in ogni continente, l’attività di compratore sistemico, il numero di immigrati che accoglie sul proprio territorio. Ha continuato ad accollare agli altri il suo benessere attraverso il mostruoso debito pubblico, a usare carsicamente la retorica umanitaria per occultare la politica estera, a controllare le rotte marittime del pianeta. Per fissità dell’architettura imperiale, nata spontaneamente, impossibile da estinguere col solo arbitrio. Contro la volontà della popolazione che, provata dal mantenimento della primazia, vorrebbe tornare nazione.

Stretta tra l’impossibilità di sottrarsi al proprio destino e la voglia di distacco, in questa fase la superpotenza considera il caos uno strumento della sua azione, almeno finché non ne lambisce gli interessi strategici. Promuove il non interventismo che ne riduce la fatica, pretende che i satelliti spendano di più per accedere al suo sistema. Finendo per considerare ogni interlocutore come un nemico.

Per cui risulta simultaneamente in lotta con Cina e Russia, Germania e Giappone, Turchia e Iran, Gran Bretagna e Australia, Canada e Corea del Sud, Venezuela e Messico, perfino Italia. Attraverso il contenimento, le azioni dimostrative, i dazi, le sanzioni.

Impegnata a esigere da ogni cancelleria il pagamento di un tributo, per conservare i rapporti bilaterali, per scongiurare una minacciata rappresaglia. Con il rischio di smarrire la narrazione che ogni egemone utilizza per tirare verso sé le nazioni tributarie. O di finire vittima di una lega ai suoi danni. Senza badare alle conseguenze. Sicura d’essere inarrivabile, oppure troppo sofferente per agire altrimenti. Tra impero e libero arbitrio.


Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali

2. Essere impero è condizione strutturale, indistruttibile sul piano politico. Una collettività si fa imperiale senza accorgersene, per rimuovere da sé la prima linea di difesa, perché capace in un specifico lampo temporale di imporsi sui vicini. Soltanto in un periodo successivo sviluppa – se la storia vuole – gli strumenti culturali, tecnologici, militari per conservare tanto approdo. Allora si dota di una missione strumentale, si racconta in lotta per la libertà, pronta ad agire in nome del bene. Per creare dipendenza tra sé e i satelliti, per tenerli stretti al petto. Rinuncia all’economicismo, si fa compratore di ultima istanza, tra le proteste del popolo originario. Per diffondere prosperità tra i clientes, per indurli a vivere di ricchezza materiale, a disinteressarsi di strategia. Importa massicciamente immigrati non qualificati, con l’intenzione di renderli cittadini. Per mantenere giovane e violenta la società, per impiegare i nuovi arrivati in guerra.

Impossibile disarticolare tanta costruzione. Un impero muore da tale, senza andare in pensione, senza lasciare l’agone. Delle grandi civiltà cadute restano soltanto le rovine. In attesa della fine, sono costrette a rimanare sé stesse – pure quando vorrebbero mutare pelle. Obbligate dallo status e dal terrore suscitato negli altri a stare nel pianeta con il fucile alla caviglia. Artefici di troppa sofferenza per ritirarsi a vita monastica. Nonostante i giganteschi sacrifici connessi al mantenimento dell’egemonia.

Segnati da due decenni di unipolarismo, trascorsi intervenendo per il mondo e acquistando merci straniere, agli inizi degli anni Dieci gli americani hanno platealmente segnalato la voglia di tornare a casa, di sfruttare il Nordamerica come isola inaccessibile. Affidando a Trump il compito di realizzare l’impellenza, di tradurre l’impero in nazione. Messaggio accolto dall’imprenditore newyorkese, che sovente ha promesso la trasformazione degli Stati Uniti in un soggetto (quasi) convenzionale, dedito principalmente agli affari anziché al dominio del mondo, mediamente isolazionista, chiuso nei confronti degli immigrati. Perseguendo tanta svolta dalla Casa Bianca, con estrema coerenza. Non riuscendo nell’intento. Anzi, partecipando involontariamente all’ulteriore affermazione dell’impero.

Per maggiore potere degli apparati federali, da sempre favorevoli allo status quo, organizzati secondo dipartimenti di impostazione geografico-globale, addestrati a valutare l’interesse strategico superiore a quello economico. Capaci di distrarre i provvedimenti della Casa Bianca, rendendoli aderenti alla propria visione. Per intervento del Congresso, l’istituzione più influente d’America, istruita a pensare in termini ideologici e universalistici. Deputata ad allocare i fondi a disposizione dello Stato profondo.

Soprattutto, per irreversibilità della struttura imperiale, destinata a perpetuare sé stessa. Per sua articolata estensione, impossibile da ridurre senza provocare la dissoluzione della nazione che l’ha creata. Come capita nel tempo presente alla Spagna o al Regno Unito. Per l’idea che le altre nazioni hanno di un impero, inclini a ritenerlo perennemente minaccioso, anche quando inerme. Come accaduto negli anni Novanta alla Russia post-sovietica, pressoché al collasso ma trattata dagli americani da irriducibile nemico, fino a sottrarle frettolosamente gli ex satelliti dell’Europa orientale prima che tornasse a reclamarli.

Sebbene la vulgata la racconti trasformata in nazione, prossima al disimpegno militare, ad abbandonare l’Europa, il Medio Oriente, forse perfino l’emisfero occidentale, in questi anni l’America ha percorso la traiettoria opposta. Senza curarsi degli intendimenti di Donald Trump, che nel frattempo aveva collocato la Nato nel passato e promesso la fine delle campagne mediorientali.

Dal 2017 al 2019 gli Stati Uniti hanno nettamente aumentato le truppe impiegate nel mondo. In Europa i soldati americani sono passati da 82 mila a 84 mila, in Arabia Saudita e nella regione del Golfo da 30 mila a 34 mila, in Afghanistan da 10 mila a 13 mila, in Iraq da 5 mila a 6 mila, in Siria da 50 a circa 900, in Africa da 6 mila a 7 mila, nelle Filippine da 0 a 250 1. Segnale di un soggetto che non può lasciare il ring planetario, che non può chiudere i molteplici fronti aperti. Disimpegno è il sostantivo più applicato dai media all’attuale mandato presidenziale. Peccato non ve ne sia traccia nella realtà. Nei mesi scorsi numerosi analisti hanno magnificato o condannato l’annunciato ritiro dalla Siria, teoricamente avvenuto almeno quattro volte. Senza accorgersi che nell’èra Trump il contingente americano nel paese arabo è aumentato del 180%. E che spesso i marines si sono spostati dal Nord al Sud del territorio, senza andarsene 2.

Così, sicuri che Washington volesse misconoscere l’Alleanza Atlantica, molti sono rimasti sorpresi quando Trump ha violentemente aggredito la macroniana proposta di rilancio della difesa europea3, benché questa teoricamente sgraverebbe la superpotenza di quei compiti che dichiara di non voler più svolgere.

Anziché ridimensionarsi, il budget del Pentagono è massicciamente cresciuto, passando dai 605,8 miliardi di dollari del 2017 ai 750 miliardi proposti per il 2020. Con l’obiettivo principale di mantenere il dominio sulle rotte marittime, telaio della globalizzazione, sostrato della primazia universale. Vantaggio inestimabile che rende gli Stati Uniti garanti del commercio mondiale, animato da merci che per il 90% viaggiano sugli oceani, con la costante minaccia di ostruire il passaggio alle Marine avversarie negli obbligati colli di bottiglia.

Di qui, il ruolo di compratore sistemico, massima prerogativa imperiale, essenziale per causare dipendenza negli altri, per condurli a sé. Perfettamente confermato durante il mandato trumpiano. Invece di convertirsi in un paese esportatore, negli ultimi tre anni gli Stati Uniti hanno aumentato il loro deficit commerciale, passato da 735 miliardi di dollari del 2016 agli 874 miliardi del 2018 4. E a settembre del 2019 il dato aveva già toccato il medesimo volume di tre anni prima. Nello stesso periodo il disavanzo è cresciuto nei confronti delle principali economie del mondo: dalla Cina (346-419 miliardi di dollari) alla Germania (64-68 miliardi di dollari); dalla Francia (15-17 miliardi) alla Gran Bretagna (931 milioni–5,5 miliardi); dal Messico (63-84 miliardi) all’Italia (28-32 miliardi); dal Canada (15-19 miliardi) al Brasile (4-9,5 miliardi). Mentre con Giappone (circa 64 miliardi) e India (circa 24 miliardi) il deficit è rimasto pressoché invariato. Nonostante i dazi applicati, nonostante il cantato protezionismo.

Condizione ingrata che priva di competitività molte industrie statunitensi, ma che la superpotenza non può rinnegare, per conservare il primato planetario. Cui si aggiunge la costante crescita del debito pubblico, ormai oltre i 23 mila miliardi di dollari, la più gigantesca cifra mai registrata nella storia dell’umanità. Detenuto attraverso i titoli del Tesoro Usa da ogni nazione del globo interessata o costretta a vivere nel sistema washingtoniano. Compresi gli antagonisti, indotti con loro sommo dolore a puntellare finanziariamente la superpotenza. Per mantenere apprezzata la moneta del più grande mercato del mondo, per conquistarne la benevolenza. Specie la Cina che possiede 1.101 miliardi di debito americano 5 – pressoché la stessa cifra del Giappone – obbligata a devolvere al nemico un’immensa liquidità che dovrebbe utilizzare per risolvere le proprie incongruenze domestiche. Consapevole che, finché sarà egemone, l’America non ripagherà mai nella sua interezza.

Infine, in tempi di norme restrittive applicate dalla Casa Bianca, sono aumentati gli immigrati presenti sul territorio statunitense. Tra il 2016 e il 2018 la popolazione nata all’estero è salita da 42 milioni a 45 milioni 6, a fronte di un numero minore di presenze al confine col Messico. Abbastanza per smentire l’ostentata chiusura verso l’esterno. Immigrati legali e clandestini hanno continuato a raggiungere il paese, infischiandosene dei rimpatri coatti, della separazione dai genitori imposta ai minori, del divieto a viaggiare Oltreoceano per numerosi cittadini musulmani.

Gli Stati Uniti hanno continuato a importare esseri umani, prolifici e intrinsecamente violenti, indispensabili per impedire alla collettività di invecchiare, di scegliere il lusso al posto della volontà di imporsi sulle altre nazioni, di preferire l’economia al perseguimento dello status. Esigenza inaggirabile di ogni impero, esistente in uno stato di perpetua belligeranza, puntualmente chiamato dalle circostanze a usare la forza verso sé e verso gli altri. In barba alla retorica trumpiana, che promette la fine dell’immigrazione e il completamento del muro tra Texas e Messico. Elementi di continuità che in questi anni si scontrano con il desiderio di fuggire dal mondo esternato dall’opinione pubblica. Agenti conflittuali di una drammatica distillazione, genesi dell’America contemporanea.


Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali

3. La fatica avvertita dagli statunitensi è cifra saliente della nostra epoca. Fosse possibile, questi vorrebbero semplicemente rifugiarsi tra gli Appalachi e le Montagne Rocciose, abbandonando il resto del pianeta al suo destino. Il loro isolazionismo, stemperato dall’automatica conservazione dell’impero, ha germinato una politica estera di matrice antagonistica. Per cui la superpotenza appare contemporaneamente lassista e arrogante, utilitaristica e aggressiva. Contraria a intervenire sul terreno per paura di non tornare a casa, quindi incline ad agire in solitaria contro ogni interlocutore.

Oggi la ritrosia a realizzare offensive di terra su larga scala e la consapevolezza di quanto sia doloroso impantanarsi inducono gli americani a tollerare il caos esistente nel pianeta, come mai prima. Confitti contro sé stessi in un impero maggiorato, preferiscono la confusione alla possibilità di combattere senza sosta.

Passaggio fisiologico, intrinseco alla maturazione di ogni potenza, che con l’esperienza smette di temere l’entropia, perde la voglia di agire per annullarla. Dopo aver sostenuto conflitti penosi e interminabili, comprende che il caos è un ottimo alleato se non ne danneggia gli interessi primari, se coinvolge gli altri. Addirittura, svolge il lavoro sporco al suo posto, consente un notevole risparmio di energie, costringe gli avversari nel suo vortice. Dunque conviene incentivarne portata e distanza da sé.

Quanto gli Stati Uniti non avevano intuito fino a qualche anno fa, disposti a mettere i piedi nel piatto ovunque vi fossero sconvolgimenti di cui non divinavano l’esito. Postura adolescenziale, che specie dopo l’11 settembre è costata un notevole spreco di tempo e risorse in contesti bizzarri, per il netto vantaggio degli avversari. Tipica di chi ignora la fatica geopolitica. Sostituita in questo frangente da una apatica indulgenza verso teatri dove soltanto qualche tempo fa sarebbe intervenuto il Pentagono. In dizione: da imperialisti gli americani sono diventati compiutamente imperiali.


Con il Medio Oriente come principale regione in cui osservare il fenomeno. Qui da alcuni anni Washington lascia che nazioni autoctone ed esterne combattano tra loro, senza attivarsi per dividerle o per sedare le ostilità. Sicura che il «tutti contro tutti» aderisca alla sua politica estera, perché impedisce a un singolo soggetto di assurgere a dominatore della regione, fibra della strategia d’Oltreoceano applicata a ogni continente. O almeno consente di non finire dallo psichiatra, come ammonito a suo tempo da Robert Gates. Rivoluzionando la storica tattica americana, spesso declinata in monumentali campagne di terra, con gli avversari pronti a profittare di tanta distrazione. Lo stesso vale per la Libia, dove gli Stati Uniti fingono di voler prendere parte alla contesa, limitandosi a osservare le mosse degli altri, soddisfatti di non dover crepare sulla sabbia.

Oltre all’accettazione del caos, la medesima fusione tra stanchezza e impellenza egemonica ha prodotto un’accresciuta ostilità nei confronti di ogni altra nazione, sia questa un cliente sottomesso o un antagonista dichiarato. Frustrati dall’impossibilità di archiviare l’epopea imperiale, da qualche tempo gli americani pretendono che gli interlocutori riducano la loro sofferenza con tributi pecuniari e la condivisione del fardello militare. Esigono che le cancellerie straniere spendano (letteralmente) di più per accedere al sistema washingtoniano – per brevità detto globalizzazione – in forma di tariffe sulle importazioni e di un maggiore budget per la difesa in ambito Nato. Per costringere i satelliti a partecipare dell’impegnativa manutenzione della pax americana, a offrire ricchezza materiale ai cittadini d’Oltreoceano delusi dalla propria dimidiata volontà. Con poca cura per la retorica.

Ne derivano dazi contro tutte le nazioni del pianeta, feroci minacce nei confronti dei membri dell’Alleanza Atlantica che non devolvono alla difesa il 2% del pil, la richiesta avanzata a Corea del Sud e Giappone di un maggior contributo per mantenere sul territorio nazionale il contingente del Pentagono. Non distinguendo tra alleati e nemici, tra territori accessori e paesi organici alla propria egemonia. A causa di un insopportabile tormento, che ne riduce la razionalità.

Per inveire contemporaneamente contro cinesi e russi, inglesi e tedeschi, italiani e giapponesi, messicani e canadesi. Accusati di vivere alle spalle della superpotenza, di usufruire (quasi) gratuitamente del suo scudo difensivo, di non pagare abbastanza il passaggio sui mari. «Da decenni si prendono gioco di noi, senza darci nulla in cambio. (…) Tutto questo deve finire» 7, ha più volte sbraitato Trump.

Sindrome da guerra contro il creato, corroborata dall’inaggirabile strategia imperiale, che li obbliga a colpire alcune specifiche potenze per ragioni geopolitiche, non soltanto psicologiche. Sicché gli Stati Uniti sono all’offensiva contro la Cina per rallentarne lo sviluppo, per palesarne le incongruenze strutturali, per contenerla nello spazio geografico, attraverso dazi centrati sul trasferimento di tecnologia, la strumentale esaltazione delle proteste hongkonghesi, le manovre navali realizzate nel Mar Cinese Meridionale. Intendono colpire la Germania perché vedono in questa il possibile egemone europeo, l’incarnazione di un anatema assoluto. Applicano all’Iran un drammatico embargo commerciale per impedire agli ayatollah di irradiare la loro influenza sull’intero Medio Oriente, per rendere insopportabile la stanchezza avvertita dalla popolazione locale, medesima di quella americana. Restano contrari a ogni apertura in favore della Russia, a giocare Mosca contro Pechino, convinti di perdere il controllo sul continente europeo se trasformassero il Cremlino in un interlocutore legittimo, se annullassero le specifiche sanzioni ai suoi danni.

Massima ostilità nei confronti del resto, intrisa di sofferenza e costrizione, prodotta da una popolazione incastrata nell’impero che ha edificato e che non può abbattere. Potenzialmente nociva per la superiorità americana.

Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali

4. In alcuni teatri il complesso atteggiamento degli Stati Uniti risulta funzionale. Il rifiuto di lanciarsi in onerose campagne militari, la non ideologica visione delle cose producono manovre più agili. Nell’ultimo decennio la superpotenza ha accuratamente evitato di affondare in contesti secondari, ha saputo mantenere lo sguardo sulle questioni decisive, senza rovesciare regimi esotici, senza rincorrere fantasmi.

Specie in Medio Oriente, dove tale tattica si rivela maggiormente compiuta. Qui, oltre a guardare gli altri combattere, persegue un lucido equilibrio di potenza, colpendo i soggetti più pericolosi (Iran, Turchia), puntellando i più deboli (Arabia Saudita), ignorando quelli non decisivi (Russia, Emirati Arabi Uniti), affinché nessuno possa dominare la regione. Nell’incomprensione degli osservatori, sicuri di riconoscere nel Levante improbabili egemoni. Ignari che la parità tra contendenti è il risultato perseguito dagli Stati Uniti, improvvisamente a loro agio con la maionese impazzita. Peraltro l’accettazione del caos impedisce di attirare gli americani nel pantano con una semplice offensiva strumentale o un drammatico attacco terroristico. Stratagemma utilizzato molte volte ai loro danni, tentato in questi mesi da numerosi attori mediorientali (e non solo), con scarso esito.

Emblematico il caso del Rojava siriano, dove alcune settimane fa Washington ha saputo sottrarsi allo scomodo ruolo di cuscinetto tra turchi e curdi, fingendo l’ennesimo ritiro, costringendo i russi a prendere il loro posto, tirando Erdoğan dentro la guerra, con la possibilità per Mosca e Ankara di rimanere incastrate sul terreno.

Così nel Sud-Est asiatico. Tra Indocina e Giappone la sola presenza militare, declinata in manovre navali nei mari rivieraschi, ha reso l’America il principale riferimento delle nazioni autoctone, economicamente dipendenti da Pechino ma bramose di rifugiarsi sotto l’ombrello del Pentagono. Confermando la Repubblica Popolare come priva di alleati. Per fisiologica imposizione della grammatica strategica, che tra due contendenti suggerisce di scegliere quello esterno al continente di appartenenza, perché certamente la potenza aliena un giorno tornerà a casa.


Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali

Ancora, Washington si è abilmente avvicinata alla Corea del Nord, riconoscendola come interlocutore legittimo. Per sottrarla all’influenza pechinese, ha accettato che conservi la bomba atomica. Pensando in futuro di trasferire sulla terra il contenimento marittimo della Cina, dispiegando i marines sul fiume Yalu, al confine tra i due paesi. Dimostrando di saper trattenere gli strali, pure in una congiuntura segnata dalla tendenza contraria. Con le schermaglie dialettiche tra Trump e Kim Jong-un da considerarsi semplice fasi del negoziato.

Ma l’attuale aggressività potrebbe provocare danni notevoli. Anzitutto, sul piano tattico. Per semplice razionalità, ogni grande potenza tende a frazionare il pianeta in campi alternativi, ponendosi alla testa di uno specifico fronte. Riconoscendo gli alleati come distinti dal resto, adottando iniziative anti-economiche in loro favore. Usandoli contro i nemici, affidando a questi una parte del carico militare. Senza svilirli dialetticamente, senza imporre loro tributi eccessivi. Affinché siano fedeli per convinzione, non soltanto per costrizione. Quindi sa trasformare un (ex) nemico in sodale, specie se necessita di unire le forze per affrontare una minaccia esistenziale.

Al contrario, oggi la superpotenza misconosce spudoratamente alleanze e sintonie, scaricando su ogni interlocutore il malessere che ha di dentro. Per intime ragioni è posseduta dall’unilateralismo, viaggia in un’orbita solitaria. Attraverso le decisioni del Pentagono e i tweet di Trump si lancia alla medesima maniera contro la Cina o contro la Gran Bretagna. Con la possibilità di ritrovarsi sguarnita nel momento del bisogno, di dover affrontare una coalizione di potenze che trovano opprimente la sua primazia. Costretta a puntare soltanto sulla paura o sull’interesse di chi dovrebbe affiancarla in battaglia.

Gli Stati Uniti rischiano anche sul piano dialettico. Dispositivo essenziale, la propaganda consente a un impero di elaborare una missione esistenziale, di produrre una magnificata raffigurazione di sé. Rende ecumenica la mera sopraffazione, la difesa dei confini, la conservazione del primato. Trasforma brutali offensive in interventi umanitari oppure moralistici. Persuade le altre nazioni della convenienza dello status quo o della sua immortalità.

Soprattutto applica un velo protettivo alle miserie della gestione governativa, che non andrebbe mai squarciato, pena trasformare l’impero in un soggetto qualsiasi, privo della necessaria superiorità.

Invece, un’America sofferente pare intenta a sabotare la propria retorica, oscillando tra la tecnica negoziale e una versione fin troppo sincera di sé. Novità scivolosa, considerata la sofisticatissima caratura della sua propaganda, che spesso determina l’assimilazione di ogni suo pronunciamento da parte di alleati e avversari. Definire obsoleta la propria architettura difensiva per persuadere i clientes a spendere di più, oppure accusarli di vivere a sbafo per costringerli a pagare l’accesso al proprio sistema, ne sporca gravemente l’immagine, per decenni centrata sulla bonomia del popolo dominante, sulla convenienza a vivere nel suo ordine. Trasforma Washington in un egemone qualunque, che si pone sul medesimo livello dei satelliti. Mentre un impero è sovraordinato per definizione, garantisce per gli altri, non pretende alcuna reciprocità, se non in circostanze estreme.

Fino a convincere, per sentimento o per dolo, numerose cancellerie a considerare gli Stati Uniti una convenzionale nazione dedita al particulare, oppure a profittare del momento per sognarsi slegati o alternativi. Poco conta che la postura antagonistica sia soprattutto dialettica, che le universalistiche dinamiche dell’impero siano perfettamente conservate. Spesso i governi stranieri non dispongono dei mezzi per decrittare cosa vuole Washington, dunque ritengono attendibile la versione che propone di sé, al momento fittiziamente nazionalistica e protezionistica.

Con l’intermittente ricorso alle categorie dell’interventismo moralistico, come nei casi iraniano, venezuelano o hongkonghese, a confondere ulteriormente le idee. Sicché l’America potrebbe perdere la spontanea fedeltà dei clientes, per decenni sicuri d’essere alleati di un soggetto che si batte per il bene comune, capace di liberare intere popolazioni da sé stesse (sic), e ora improvvisamente mosso dall’avidità dei dominatori passati.

Azzardi sconsigliabili, provocati dagli strazi e dalle costrizioni che incendiano gli americani, destinati a essere risolti dalla costruzione imperiale. La medesima che li ha generati.


Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali

5. L’impero è scaturigine della sofferenza e principale salvezza degli americani. Condizione onerosa, con la sua inconvertibile esistenza grava sulla collettività, la costringe a sforzi indicibili, a pensarsi eternamente in lotta per la sopravvivenza. Impone l’adozione di pratiche anti-economiche, l’estenuante difesa del primato, il perseguimento della gloria invece della ricchezza materiale. È creazione inestirpabile, agganciata alla popolazione che l’ha prodotta, anche quando questa vorrebbe rinunciarvi. Da tale realtà gemmano i turbamenti degli americani, impigliati nella maestosità della loro civiltà, mentre sognano una vita normale.

Per temperare il proprio malessere si scagliano sul mondo in cerca di soddisfazioni che reputano dovute, convinti che gli altri debbano attivarsi per ridurne la malinconia, per garantire loro quella materialità che l’attuale status non prevede. Senza distinguere tra alleati, sodali, nazioni contese, avversari. Provocando lo sbiadimento della propria egemonia, regredita nella percezione a intrattabile superiorità, se non addirittura bollata come mistificato declino.

Eppure, anziché sprofondare, restano abitanti dell’unica superpotenza, detentori della primazia globale. Nessuno possiede la forza di insidiarne la posizione. Per superiore solidità di quella architettura imperiale che ne sconvolge l’umore. Clientes e antagonisti non riescono a smarcarsi dal dominio washingtoniano, tuttora inattaccabile, grazie ai meccanismi di cui si compone, tanto faticosamente conservati dalla popolazione. Nessuna nazione del pianeta può rinunciare al mercato statunitense, né esportare senza il beneplacito della Marina Usa o sottrarsi alla sottoscrizione del debito pubblico d’Oltreoceano – per tacere dei paesi europei direttamente inseriti nelle manovre del Pentagono. Grandezze che, mentre li mantengono sul tetto del mondo, prolungano l’afflizione degli americani, ne magnificano l’impossibilità di scegliere. Costretti a benedire ciò che li dilania. Per non morire.

Carta dal Quaderno Speciale di Limes "La Cina spacca l'Occidente" - settembre 2009
Carta dal Quaderno Speciale di Limes “La Cina spacca l’Occidente” – settembre 2009


Note:

1. Cfr. Department of Defense official data, 10/12/19.

2. Cfr. D. Fabbri, «Il pasticcio degli Usa con la Turchia in Siria», Limesonline, 9/10/19.

3. Cfr. M. Peel, L. Pitel, «Trump and Macron clash as Nato leaders gather», Financial Times, 3/12/19.

4. Cfr. United States Census-Foreign Trade. www.census.gov/foreign-trade/balance/index.html

5. Cfr. US Treasury – Major Foreign Holders of Treasury Securities, ottobre 2019, ticdata.treasury.gov/Publish/mfh.txt

6. Cfr. J. Langer, Y. Torbati, «U.S. foreign-born population swells to highest in over a century», Reuters, 13/9/18.

7. Citato in D. Superville, «Trump threatens ‘tax’ on countries that exploit US trade», Associated Press, 13/2/18.

ARTICOLI, USA, DIFESA, BASI USA, USA E CANADA

1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed claint | 09 gen : 17:30
Commenti: 3938

Utente 20 gen : 15:11
Replica a questo
oggi non applico terza entrata azimut Salita troppo preferisco attendere un possibile ritorno in area 22.80 23 o comprare con rottura max precedenti

1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Gilbert | 09 gen : 17:34
Commenti: 111

Utente 20 dic : 11:35
Replica a questo
Sono venuti a prendermi con precisione chirurgica. Antonio aveva visto supportone che ha tenuto. Era volumetrico?

1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed gio2001 | 09 gen : 17:45
Commenti: 92

Utente 01 mar : 12:32
Replica a questo
speravo tu fossi rimasto al pc...mannaggia...il supporto indicato era 465 467

1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed pierojazz | 09 gen : 18:31
Commenti: 827

Utente 08 mag : 10:40
Replica a questo
forse sbracano...

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Celeste | 09 gen : 21:43
Commenti: 9989

Utente 14 lug : 17:33
Replica a questo
:-) e forse no... peccato che quando lo fanno solitamente ci lasciano interdetti x un pò...

1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Celeste | 09 gen : 21:52
Commenti: 9989

Utente 14 lug : 17:33
Replica a questo
pensierino serale... peccato che la grande e antica Europa con tutta la sua Storia e la sua Cultura abbia dimenticato la cosa essenziale per l'essere umano nel dna: sopravvivenza, autodifesa.. che non si significa fare guerra o prevedere all'infinito che la guerra porta la pace e la pace porta alla guerra o cagate simili neh... ma un minimo di unione e cominciare a parlare di una spesa per un esercito no? ma ragazzi che ci vuole ? Anche le formiche lo fanno... mi vergogno di essere europea... vorrei essere nata in Svizzera ahahahahhha

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Bruce_Banner | 09 gen : 22:06
Commenti: 3775

Utente 17 dic : 14:55
Replica a questo
anch'io vorrei essere nato in svizzera... lo sai che in svizzera puoi tenere in casa un AR-15?

... e invece non ho nemmeno un quad.... mooan :-(

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Celeste | 09 gen : 22:21
Commenti: 9989

Utente 14 lug : 17:33
Replica a questo
sono nata in Svizzera, e piantala con sto quad perchè se no te ne regalo uno e vediamo che te ne fai. In quanto alle armi ti assicuro che gli svizzeri non amano particolarmente i prodotti made in usa. Siamo pacifici ma ci difendiamo, se tu mi pesti un callo al punto che io per istinto ti do uno spintone tale da farti andare sbattere contro uno spigolo... fatale.. beh mi dispiacerà tanto e tanto e tanto ma non passerò neanche un giorno ad autopunirmi, mi sono difesa, la mia vita, per me, vale più di quella di qualsiasi altra e su questo non ci piove, per quanto io poi possa anche decidere di donarla a dio alla patria a un figlio al porco di un... buttarla giù da un ponte ahahAHAAH

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Bruce_Banner | 09 gen : 22:29
Commenti: 3775

Utente 17 dic : 14:55
Replica a questo
se no te ne regalo uno e vediamo che te ne fai.


Grazie! :-)
ma infatti non so dove metterlo... nel sottoscala? non ho spazio moan

al porco di un... buttarla giù da un ponte ahahAHAAH


... ecco lo sclero :-P

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Celeste | 09 gen : 22:39
Commenti: 9989

Utente 14 lug : 17:33
Replica a questo
MOOAN
https://www.youtube.com/watch?v=wPur7ouEYlg

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Bruce_Banner | 09 gen : 22:46
Commenti: 3775

Utente 17 dic : 14:55
Replica a questo
Tazenda style

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Celeste | 09 gen : 22:52
Commenti: 9989

Utente 14 lug : 17:33
Replica a questo
:-) notte a domani.

1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Bruce_Banner | 09 gen : 21:57
Commenti: 3775

Utente 17 dic : 14:55
Replica a questo
il target dello sp500 è diventato un target numerico, non ha nulla in realtà di tecnico
questo target è:

3333

e da qui manca solo un 2%

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Bruce_Banner | 09 gen : 21:57
Commenti: 3775

Utente 17 dic : 14:55
Replica a questo
e all'indice italiano sapete quanto manca da qui ai 24500?

2%

Re: 1611 pagina dove seguire l andamento dei REPO della fed Bruce_Banner | 09 gen : 22:03
Commenti: 3775

Utente 17 dic : 14:55
Replica a questo
l'idea attualmente è che questo mercato ancora non ha fatto un buy climax, manca una dinamica che sancisca un fine movimento

l'idea è anche che forse alla fine non ci sarà un vero trigger ma semplicemente saremo a livelli di estensione e di price action tali che come si suol dire finiranno i compratori e allora si potra stornare

non aspettatevi però chissa quali crolli, un 5% o poco piu nel giro di una manciata di giorni e poi il denaro ritornerà


Devi essere loggato per inserire commenti su questo sito - Per favore loggati se sei registrato, oppure premi qui per registrarti